L’amore delle cabarettiste

Provo a dire ma non mi riesce nulla, allora provo a dire del fatto che non riesco a dire: è una buona tattica ma che non ha strategia e non porta che a riflettere sull’impossibilità a fare. Dunque si dice sull’impossibilità di dire. Ma cosa dire intorno a questa impossibilità? Nulla, solo che è impossibile. Si potrebbe parlare delle cause o delle motivazioni di questa impossibilità ma parlare di questo sarebbe un poter dire e dunque svanirebbe l’impossibilità di dire… Siamo in una petizione di principio che porta al niente di fatto. Eppure ho già scritto una manciata di righe a questo proposito: come ho fatto? Ho superato il blocco e da impossibile mi sono spostato sulla tacca possibile del mio marchingegno, quel possibile che parla dell’impossibile senza spiegarlo, solo ne prende spunto per andare avanti a riflettere sul nulla – se si può fare. Si ha voglia di dire e pur di dire si parla e si scrive a vanvera, si dice anche che non si è capaci di dire pur continuando a dire. L’impossibile diventa possibile come in ogni buon teatro popolare.

Io amo l’amore delle cabarettiste, che hanno sempre qualcosa da dire e non restano mai senza parole: loro sì, anime chiare e complete, che vanno dove il sole sorge e tramonta senza difficoltà e impedimenti. Amo l’amore della cabarettiste e non mi lagno più, ho fatto qualcosa di buono, ho detto (sia detto senza rumore) e magari mi basta ad essere. Ma non ero già? Già prima di dire? Perché pensavo? No, non penso e non voglio farlo e non voglio neppure dire, voglio ascoltare, una musica, un rumore, un suono qualunque… Sono se ascolto? Se ascolto sono? Se ascolto il tuo dire che non mi salva comunque? Non lo so, non so nulla, amo l’amore e appena posso vado a dormire.

Amo l’amore delle cabarettiste e non mi scordo di elogiarle: sono loro le mie fidate riserve, le mie scorte di sentimenti e nozioni e canzoni. Di loro posso fidarmi, di me mai. Anche se giungo lontano da loro io le sento sempre, le ascolto e le amo – loro ricambiano dandomi frasi e silenzi e momenti giusti e momenti vuoti. Mai mi danno in cambio cattiveria o stupidità: sono buone e intelligenti e belle, hanno proprio le qualità che spesso rimpiango per me stesso, fuso nel mio lesso di carne vecchia. Che sia ora di andare? No, non ancora, io sto qui con te mio caro Paul e chi tu sia non lo so però mi fa piacere che tu sia qui, mi fai star bene e non mi illude il mondo con te, non troppo ancora o non più. Anche tu come me non piangi mai, ami le cabarettiste e per questo sei un amico fraterno del mio me che non traballa. Sia detto per sbaglio: siamo quasi fratelli, mai abortiti, sempre nati, sempre andati per le vie più storte e quelle più sicure (o insicure?).

Io amo le cabarettiste e questo canto a loro resta qui, nascosto, senza fine e senza storia, un’insensato indolore incapace canto che pian piano sta finendo – anzi finisce proprio adesso, senza successo.

Bye Paul.