Solfe

Ad Alberto, che lo ha voluto

Sempre le solite solfe

In questa sezione del sito troveranno posto le mie solfe, una serie di versi che ho scritto nel corso degli anni, a partire dai primi anni del Liceo e che ancora continuo a scrivere con frequenza piuttosto ondivaga. Non sono mai state rese pubbliche sino ad ora.

Se è vero quel che ho sentito dire da Fabrizio De André in un’intervista televisiva di molti anni fa, citando non so chi, e cioè che sino a 20 anni tutti scrivono poesie mentre dopo, da adulti, continuano a farlo solo i pazzi e i poeti, allora vuol dire che io sono un pazzo oppure sono un poeta. Per adesso non prendo psicofarmaci, a parte qualche ansiolitico ogni tanto, per cui definirmi poeta potrebbe non essere un’esagerazione – un poeta di che valore qui non conta, conta piuttosto un certo tipo di essere ed un certo tipo di sentire e soprattutto un certo tipo di conoscere: per sintesi più che per analisi.
Intendo infatti la poesia non tanto come la messa in mostra di uno stato dell’animo o come la descrizione di sentimenti personali (può essere legittimamente questo e spesso lo è anche nel mio caso) ma piuttosto un modo di usare le parole per mostrare la conoscenza che si ha del mondo (o si pretende di avere), ciò che Io conosco del mondo: e tutto questo in maniera sintetica, sinanche apodittica e, cosa importante, essenzialmente ambigua – come una sorta di esercizio Zen condotto in vista di un’Illuminazione che viene indefinitamente procrastinata ed alla quale non si giungerà mai se non nella forma di un eterno silenzio. È proprio l’ambiguità infatti che rende tale la conoscenza la quale è una sorta di confine che non separa nulla ma piuttosto confonde le possibilità, le sfoca una nell’altra e richiede sempre uno sforzo successivo di chiarificazione che non può essere mai definitivo. Un lavoro alchemico che non giungerà mai all’oro.

Bisogna riconoscere poi, en passant, che Nietzsche, come sempre, aveva ragione: non si può diventare che ciò che si è. Come lo si diventa può essere importante ma non certo per me, perché infatti è soprattutto socialmente importante (ammesso che questa affermazione voglia dire qualcosa). A me, adesso, ed anche prima, della società non importa nulla, di ciò che è sociale tantomeno, soprattutto se si tratta di ideazioni e sovrastrutture concettuali e non di rapporti reali che mi coinvolgano. È da parecchi lustri ormai che mi sono stufato delle Idee.

Tutto questo però mi fa deviare dalle solfe per cui ritorno subito ad esse.

Qui verranno pubblicate in un certo numero di raccolte ognuna delle quali rispecchierà più o meno un certo lasso temporale della mia vita – non saprei in che altro modo ordinarle e, riguardandole adesso, specie quelle più antiche, direi che è la scelta migliore trattandosi perlopiù di versi lirici in un senso ampio, comunque di versi che parlano di me o del mondo visto da me. Non c’è nessun tentativo di oggettivare la realtà o di dare giudizi, anche quando sembra: sono io, o quel che sembra un io, che parla e parla solo di sé stesso o dei molti sé che lo coabitano in un certo lasso di tempo e di quel che pretendono di sapere. Sarà noioso o ripetivo ma è così.

Se ci sarà tempo e voglia in questa sezione scriverò magari qualche breve articolo sulla poesia, soprattutto sui miei rapporti con i versi di altri poeti. Stop.

Infine una nota tecnica: ogni raccolta occuperà una pagina di questa sezione (sarà una sottosezione diciamo) e sarà anche disponibile per il download nel formato pdf nel caso qualche nostalgico volesse stamparsi alcuni fogli di carta da portarsi in spiaggia d’estate o da leggere la sera per prendere facilmente sonno. Sarà sempre riportata la data di revisione di ogni raccolta perché i lavori di lima, si sa, non finiscono mai.

Raccolte

Chimica trèmula

La prima raccolto che pubblico qui s’intitola provvisoriamente Chimica Trèmula ed è composta da versi scritti in linea di massima dall’1981 al 1986 (i miei anni universitari): l’introduzione alla raccolta spiega brevemente il contesto.