Chimica trèmula

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  • [rev. 20170212] – Prima versione pubblica.

Chimica trèmula

Ero, ma dormivo

Introduzione

In questa pagina sono squadernate le mie solfe giovanili, risalenti più o meno agli anni universitari (1981/1986). Non sono tutte, restano solo quelle che meritavano di sopravvivere, secondo il mio insindacabile giudizio, e quelle che sono sopravvissute ad una mezza dozzina di traslochi (a insindacabile giudizio del Caso), da allora sino ad oggi.

Sono state scritte in un periodo in cui ero soprattutto avido di conoscenze, di ogni tipo: oltre a quelle tecnico/scientifiche soprattutto quelle di tipo filosofico e letterario – e, naturalmente, quelle umane, in special modo nei rapporti con l’altro sesso. Credo che tutto ciò traspaia con evidenza ed anche ingenuità nei vari testi che presento.

Nonostante quando cominciai a prendere sul serio la poesia, cioè verso i vent’anni, fossi piuttosto un allocco (una condizione che è perdurata nel tempo almeno sino ad oggi), ero ben consapevole che scrivere poesie dopo Auschwitz, dopo tutte le avanguardie, le transavanguardie, i gruppi ’63, ’69 e via enumerando, non era un compito facile, soprattutto se si prendeva sul serio e come oro colato, come da giovani si fa, tutte quelle intellettualizzazioni e quelle concettualizzazioni: alla fine comunque si cede ai propri desideri ed ai propri impulsi più forti e si fa ciò che si deve fare. Nel mio caso questo è risultato nel gruppetto di versi qui presentati che definirei sperimentali in senso lato in quanto tentativi diversi di trovare una forma poetica che a me apparisse non banale.

Tutti i testi sono stati rivisti per questa pubblicazione online ma non cambiati se non per qualche correzione ortografica e per qualche (minima) scansione dei versi: considerandoli la testimonianza del vecchio essere che ero non potevo certo rimaneggiarli facendoli diventare altro da lui, cioè mentire. Io vengo prima dei miei versi, per quanto Io sia qualcosa di molto labile e mutabile.

Non riesco a dare alcuna valutazione estetica complessiva su questa raccolta: alcuni versi, letti oggi, mi fanno sorridere, altri mi paiono non male – probabilmente molti sarebbero da nascondere per l’Eternità…
Ciò che mi ha favorevolmente colpito, rileggendoli dopo tanti anni tutti assieme, è che complessivamente non sembrano troppo noiosi – a me perlomeno.

Ai radissimi lettori però, come sempre, l’ultimo giudizio.

Presentazione

Di chi sono figlio
Voi potete dire
Dove nacqui non è un mistero
E quando nacqui
È stato scritto molte volte
Se voi mi conoscete
Conoscete quelle cifre
E quel che voi ignorate
Di certo non esiste

Su la riva del mare

Su la riva del mare
Battuta dal vento
Si schiantano l’onde
E ribolle la schiuma
Che rode la terra

Come levati
Dalle creste di roccia
Si piegano i rovi
Frustati dal vento
Incontro alla terra

L’uomo si china
Dietro la roccia
A cercare riparo
Accucciato nel vento
E ghermisce la terra

Fugge la polvere
Al pugno rigonfio
Infra le dita
E si posa sul sasso
La mano sconfitta

È da tanto che piove

È da tanto che piove
E ogni cosa si muove
Violentata dal vento
Che mi pare il lamento
Di questo giorno scuro
Simile al grande muro
Che l’animo racchiude
Nella sua stretta rude

Per Alma

Io t’aspettavo Alma
Seduto assorto sul sofà
Pauroso dell’amore
A carezzarmi
A baciarmi le labbra
Il mio capo immobile
A schiudere le labbra
Per accogliermi
A insegnarmi quel gioco
Vago che va e che viene

Io t’aspettavo Alma
Triste e pensoso
Come un fanciullo
Non ancora poeta
D’umor petrarchesco
Tra lo stridore della vita
E il cigolio dei rottami
Che si accumulano nel tempo
Silenzioso al passar della gente
Che non vedeva
E io non vedevo tanto
Da segnare contorni

Io t’aspettavo Alma
Fiutando l’imbroglio
E vedevo illusioni danzare
Levando le vesti
Una mano tracciare figure
Esitando
Una macchina disegnare ologrammi
Impalpabili
E sopra di quelli vedevo
Il mio viso paonazzo
Scosso dall’ira placarsi
Fissando lo sguardo
Nell’immobilità

Io t’aspettavo Alma
Fatto di sale
A gambe larghe nel viavai
A trarre la corsa
Dalla statua affannosa
Nell’intrecciarsi di versi
Dove segna il passo
La muscolatura contratta
Di uno spirito esaltato
E si annodano strette
Dissipate esistenze

Io t’aspettavo Alma
Per disfarmi di un peso
Alleggerire dalle fatiche
Il mio corpo stanco
Che non può sopportare
A navigare per me
A remare a ritroso
Contro la corrente pesante
Il ribollire di strida
Relitti ondeggianti
Alti – bassi sull’acqua
A levigare per me
La Storia

Io t’aspettavo Alma
Intento a morire da stoico
Nell’aria che ammorba la vita
O da laico sottile
O arguto sofista…
E invece ero il più ingenuo degli uomini
Sospesi tra la nascita
E la ciclica morte del Cosmo
Immersi in un mare di carne
Di lamenti e d’insulti…
E da ingenuo morivo
Con lo sguardo vagante

Io t’aspettavo Alma
A rigenerare la vita
Dentro il mio determinismo insondabile
A rigenerare il fervore
A illuminare i viali
Che ogni giorno, forzato, percorro
Con una nuova possibilità d’esistenza
Un piano diverso dal piano della vita
Un nuovo seppure debole sistema
A chiarire ciò che sto divenendo

Io t’aspettavo Alma
A bere un bicchiere
A levare in alto un brindisi
Sopra le teste degli uomini
Per salutare la nuova bestia schernita
Per salutare il nuovo animale
Che non vola ma rode
A vezzeggiarlo, coccolarlo
A lisciargli le penne
A sospingerlo lungo la vita
Che ama – che non ama

Per quel che vale

Per quel che vale ingoio
Anche l’amaretto oltremodo leggero
Spina tra le spine che ci piantano
Ma son soltanto lievi zimbelli
E vedute marine
Sbiadite da uno schermo

Per quel che vale ingoio
Anche questa rosa smorta
Figlia di 85 anni di secolo
Povero Valery!
Cosa potresti pensare di me?
Ma perché non bevi Coca Cola?
E allora cimitero sarai tu stesso
Di forme e di essenze
Di parole che significano…

La Necessità inghiotte
Sorniona si voltola e mi guarda
La Necessità è vivere
Dove si è nati quando si è nati
Poveri poeti!
Che direte di me in avvenire
Se razza vi sarà di voi?
“Che direte?” chiedo?
Ma per chiedere bisogna avere e possedere

Dentro a questo orizzonte planetario
Inghiotto tutta la saliva e la sabbia
Io che, miserello, non so che udire
Che guardare alla TV!
Tentativo di poeta e beffardo
Forse voi mi perdonerete?

Per un certo tipo di poesia maniacale

Esercitazione

Guardare il quaderno
E volere scrivere
Essere la scrittura.
Sperduto tra le lattine variate
Esercito un mestiere
(Ma non esercito ancora).
Ridere – sorridere:
La variazione semantica
È imposta da una Logica
Se esercito un mestiere
Esercito una Logica
Ma non posso esistere soltanto
Devo essere qualcosa.
Soggetto – oggetto:
La mancanza volontaria
Di uno schematismo ragionevole
È la pienezza dei tempi
Che rigurgitano di Tecnologia.
La mancanza volontaria di paroloni
È l’educazione ricevuta
Scarna – sin troppo scarna

Guardare al quaderno
E volere scrivere
Esercitare la scrittura
Un essere che richiede una presenza
Un avere che deve esistere
Ma non si è padroni dei mezzi
(Con questo ripudio ogni estetica)
Dunque l’adattamento
O l’autonegazione – il silenzio
Ma non posso fare a meno di parlare
Di scrivere
E non mi trovo ragioni
Dunque ogni estetica mi è irragionevole
Arbitraria come una creazione
Mi è più forte l’istinto
Divengo scrittura senza progetto
Mi esaurisco in brevi lampi
Non possiedo la presenza
Non sono padrone dei mezzi
Forse non scrivo ma vaneggio

Descrizione automatica di un interno

Camera

Letto – giallo
Con la coperta mi avvolgo
Caldo nel grembo della Madre
Relitto
Perché relitto?
Delitto
Delitto e Castigo
Quel libro mi dista
Sul letto mi squaglia
Ra
Ras
Polizza assicurativa
SAI
Non sai che cosa saremo
Raskolnikov dicevo
Comò – comodino
Stanco di vivere
Male di vivere
Non posso che ironizzare
Pensate voi a decifrarmi
Ho pensieri spezzati
Automa
Forse sono automatico?
Frase da cancellare – stop
Alt – prima marcia
Seconda marcia – terza marcia
Quarta marcia per la pace
Da ridere!
Nessun ritmo in questa poesia
Dovrò andare a ballare
Ancora ironizzo
Con nonchalance ho raggiunto l’armadio
Convenzionale questa camera nevvero?
Abiti che pendono
Come i corpi bianchi-neri tra i denti della pala
Sai perché quel bianchi-neri mi turbava?
Mi ricordava la Juventus
Eclissi di strage
Il sangue è frizzante
Ma non devo lasciarmi andare
Cosa direbbe di me Valery?
È una bazzecola
Più anni tra me e lui che tra lui e Dante
Penzola un pantalone
Non è dottore
Come me in Farmacia tra poco
Ma son solo giochi di parole
Come tutta la Poesia
Calembours senza senso
Lampadario – Luce
Sorgente dell’Essere
L’ineffabile Uno
Plotino – Platone
Ma perché i loro nomi s’assomigliano tanto?
Esiste una madre dei filosofi?
Cusano e Giordano
Ho tradito il silenzio
Nulla – prima del linguaggio
Linguaggio
Dopo il linguaggio – Nulla
Siamo al terzo verso
Non so se a destra o a sinistra
Starò attento alla freccia
Sono troppo comico
Per essere poetico
Alla luce della luna
Riderebbero con me anche i gatti
Ma – oddio! – ecco la scrivania
Ecco me stesso
Chino sui quadretti
(Scrivo sui quadretti
Questo per i posteri)
Scrivania di compensato
Costa poco – non siamo ricchi
Tic e tac e tac e tic
La sveglietta birichina saltabecca
Non posso disidentificarmi
Ho qualcosa che mi rode
Non riesco a naufragare
Credetemi – sto male
Vorrei essere assorbito
Ma non ho sentimenti
Uomo di sabbia
Sabbia? Gli orologi di sabbia di Borges
Scrivo tanto
Non dico nulla
Poco meglio di un cantante
Poco meno di un giornale
Questa è l’ultima battuta
Compiangetemi, vi prego

L’Essere

Non si sa più se l’Essere
Sia la nostra vita calma
O la parola scucita
Dal lungo e tenero soprabito
Che cade come ottobrina foglia
Sul largo tappeto di stracci
Dove pestiamo, per sgocciolarli, i piedi

Muto come pesce
Tra queste fatali estremità
Che ironicamente tocco
Mi piace pensare all’Essere
Mentre si mesce al mio caffé
O scivola nel mio vino
Come minuto e invisibile batterio
Ad ammalarmi di cosa
Che la mia Farmacia non guarisce

Come foglia partita

Come foglia partita
Oscura volontà che si dimena
Ho in me l’apatia
Ma, o cuore spezzato,
È da ridere la tua carne
Tesa e poi rilassata

M’inchino alle basse nubi
Che cingono l’orizzonte
E mi bagno beato con voi
Della loro acqua calda

Cosa che sfigura

I

È… Questa cosa che sfigura
In posa accovacciata
Tepida e pulsante come bestia
Lontana nell’intelligenza
Una vita?

Non voglio cascare sfinito
Tra l’ebano fiorito e il verde ramarro
Nell’agitazione di un bosco agostano!
Di me nulla vuole sopirsi
Ammonticchiarsi a guardare di soppiatto
Ma, o eterna volontà, di me tutto si disfa
È cera d’una candela
Visione estiva smorzata
Attimo

II

Di me ho più paura adesso
Che se fossi vivo
Di altri sento la carne
Di questa invisibile coscienza
Che farne veramente?
Così, se mi va, diniego l’esistenza mia
E di questo masso che ci rotola appresso
Della carne, del sangue, del cuore…

Io, se mi va, annullo l’apparenza
E mi contraggo di soppiatto
In un punto d’ineguagliabile inesistenza
Dove tutto vibra ed è me stesso
Ma, nella sua apparenza, per la mia apparenza
E ogni altra fissata apparenza
È fulcro a levare il mondo
Che non ha peso

…like a drowning man…

Esercitazione sulla musica dei Cure

Branca che origina
Dal branco dove si rotola
L’elfo grigio attutito
Da Brimm e Brumm e Bramm

Rombano fisime tra smalti
Inaudite vocazioni che s’affogano
Coi cigni allo stagno
Io per me sonnecchio
Specchio crinato di dolce mercurio
Rifletto

Magica mente e stanca
Onnivora di Dei e pensieri
Smuove la linea soave e calma
Della torbida acqua
Dove s’ammorbano i pescetti

Pigro – pigro il Verbo
Trae la Verità nei bidoni
Che sganasciano
Le macine della Nettezza
Ed io per me divento bigio
Sognando come un che affoga

Stanco ormai di celarmi

Stanco ormai di celarmi
Agito sguardi
Che tu, osannata creatura,
Trasfiguri da sempre
In supplicanti preghiere

Capisco che pensarmi
È l’orrore di comprendere
La mia anima fiacca
Di tracciare in linee
Senza ragionevole ordine
L’ardire tarpato
Che mi pesa nel grembo

A Venere

Quasi vita che fugge
La mia mano t’anela
Nel limbo del mondo
Figura sorta dal mare
E ogni giorno che muore
Ritrovo i tuoi passi
Su la ruggine del cuore

Ben triste sentire

È ben triste sentire
Questa vana bellezza
Che ricopre d’un velo
Ogni volontà che si muove
Ogni distesa di ghiaccio
Su cui muore l’Amore

Odiare l’estate?

Estate:
Stagione di afosa poesia
D’estate
Lenta deplezione delle cavità liquorali.
Quest’estate
Mi sembri proprio una chioccia
Cellulitica ragazza
Ed il tuo lamentoso amante
Il bel poeta spolpato
Una latta arrugginita
Che cigola e scricchiola
Rosa dalla canicola

L’estate
È di chi armeggia tutto l’anno
Per posizioni di potere
Per me, per te e per lui
L’estate
È l’ennesimo fastidio
Che ci dilunga dalla quiete

Chi potrebbe perdermi?

Chi potrebbe perdermi?
Grigiolattea felicità – sei troppo esile
Amori roventi – cocenti
Non vi conosco che per immagini
Adorata quiete, mistica vita
Di te che sei niente
Posso fidarmi

Il Sole potrebbe perdermi – la Croce
Che ogni vita segna aspramente
Il Gelo – tenebroso affare
Che ghiaccia ogni istante…
Di altro non ho ricordi
Se non confuse e labili ombre

(Di altro non ho ricordi
Se non l’illusione di te
Struggente bellezza
A cui non attingo
Che per ubriacarmi)

Parola

Parola:
Amata quiete.
Rincorrersi di grida
A mezza fossa
Dove io sono
Parola
Di entusiastiche illusioni

Ho l’immagine che scappa
Senza senso
In ogni luogo

O amate sponde
Di paterni Lari
Qui spunta
L’Inconsistenza!

Parola:
Divinità
Creatrice di forme

Sono stanco
Di parlarmi

Breve santità

Rumore di strida
E un crepuscolo che s’innalza
Lieto, leggero, trionfante

Oggi siamo già perduti
Al calar della sera
Riconosciamo di non sapere
Di non essere che noiosi
Strepitanti e poveri

Di là dal colle, la sera
C’è solo silenzio
E colori – lievi, forti
Una tela viva e sicura
Irriverente
Alla nostra breve santità

Di speranza inumidito

Canto – di speranza inumidito
Ma parola secca
È questa foglia che si stacca
Un singulto
Senza voce che sia vera

Né tu – ragazza muta
Né io – sasso senza posa
Staccheremo giorni
Che siano bandiere

Amata sera

Sera – oggi – ti vidi
Amata – più
Del bianco – oro
Del mattino

Inghiotte – sogni – e sogni
D’aria – d’aria fatti

E tu – chi sei
Sera? – Amata – vita
Infine – sei

Come un’ombra

Come un’ombra – stai
Helèna – nel meriggio più infuocato
Una frattura – Helèna
Sulla terra riarsa
Che ristora – un lembo.
Da quel lembo – Helèna
Troppo spesso manco
E pure me ne avanza
Per correre – a cacciare
Tra gli sterpi – e ancora
Molto più lontano.
Troppo spesso – manco
E la consunzione – mia
È chiaro segno

A T.C. da parte di un innamorato

Tristano, mio uomo!
Di te mi piace ciò che non so
Ciò che non hai più mi diverte
Se non sai sono contento
E del resto, amor mio,
Che ce ne facciamo di questi sapienti?

Sapienti? Serpenti!
Caro, caro Tristano
Francese, navigatore, storpio,
Chi meglio di te ha cantato
La Luna, i pianeti
E le stelle una ad una?
Chi più di te amo?
Tristano, mio uomo
Incantevole amo!

Di uno depresso

Amo l’uomo che corre
Sul prato silente
La rosa aulente…

Ahimé son disgraziato!
Di quell’uomo mi resta un fiocco
Un allocco, un cocco
Che non posso mangiare…

E vado via tetro
Dietro il mio teatro
A gustare cicciole, amare
Amare – mi pare

Un pulcino bagnato

Oggi, questo giorno
Il dì che segna la festa
Trovo di essere un pulcino bagnato.
Sai tu, poeta grande,
Che le mie penne t’irridono?

Pigolo – tra i fratellini celato
Umido – brutto di sporco

Questo canto non vuole levarsi
Rimane debole accenno
Tra le calde lane della Madre

Nugae

Versi circostanziali

Preambolo

Buttano le fontane un’acqua
Che spezza la continuità del mondo:
Ho bisogno di sollevarmi
Sovra la cantilena della Storia

I

Pieno d’amorosi giorni è il cielo
Pieno di strazi, di vendetta e di furia!

E dov’è piaggia?
Dov’è monte?
Un porto a questo vacuo!

Vengono le fanfare
Al ritmo di una marcia
A cogliermi che cado

II

Sanguinavo dentro le scarpe
Ora so che il dolore
È la volontà che vince

Un soffio di piacere
Le verità che s’infiammano – bruciano
E non rimane che cenere

Di tutto io piango e dovrei divertirmi
Di tutto ho paura e dovrei rallegrarmi

Ma cosa sono le molli figure
In movimento tra i vetri?
E la mia molle figura, smorta
Quel corpo che indugia?

Non sento ragioni tra me e la mia fine

III

Canto
Di modestia inumidito
E non è voce che s’innalzi
Ma strozza che borbotta

Ho tradito il silenzio
(Ribellione presunta?)
E salgo al dominio del vuoto di forme
Signore ora di che cosa?
Ho tradito il silenzio
Ma padrone di cosa rimango?

Sediamo commossi
A scrutare l’azzurro
Che si perde nel limbo

IV

E se ne vanno scampoli straziati
Di gelide serate dove il fuoco
È l’Assenza che brucia l’Avvenire
Ognuno sa che niente può guarire
Dal vento corruttore la nostra anima
Gemente già segnata da ferite
Più profonde degli anni che ci opprimono

Gradita alle piacevoli sere
Si torce tra le mie mura
La ragione di desistere

Adesso, bramo svanire

V

Mi estasia il bianco
Vado fuori di me

Vedere attraverso il limo
Il fango che sporca le vesti
Risplendere l’Immobilità.
Capire, riflessa nel mutevole,
L’Essenza di ciò che esiste.
Contemplare, nel silenzio del Nulla,
La Creazione – e far parte di essa.
Creare ed esser creati…

È la mia illusione
Che un ideale resti a tormentarci:
So che ci vorrà Dio
A togliermi d’impaccio

VI

Ho letto pagine amare
Private d’ogni mistero
Come quell’uomo
Che corre, agita e rimbrotta

O amati – non amati uomini
Voi potreste – se mi conosceste
Avere amore
Da questo busto
Ora scolpito!

Il mio vero mistero:
Fiaccola nutrita
Ultima speme
Di vita che corrodesi

VII

Ovazione di spalti
E sonorità che trastullano
S’ode tra qui e là sulla via
Dove precorre me stesso
La mia idea di uomo

VIII

Stanco ormai di celarmi
Agito sguardi che tu
Ed io con te inabissato
Trasfiguri in un mondo di cose
Morte con la nostra morte

Odiatemi amori!
Odiatemi la faccia volpina
E lo svelto sgambettare
E pure il mio seme
A erigere simulacri
Di una razza vittoriosa!

Tumulto di esseri
Chini tra le mani della Terra
Si giacciono in grembo:
L’amore dove scende la polvere
Muore come gracile fiamma

Odio le scarpette ticchettanti
Su la polvere che guasta!

Corrode come ruggine
Il fiato del nostro lamento

IX

Mi vedo rodere
Pagine amare

Acquietato mistero
Di esile velo
Non tremo – ristagno

Chi mi vide piangere – ridere
Mi crede già fatto
Di carne – arida soma

X

Dove può nascerti
Corpo
Il riposo?
Nel sonno
Ti tiene
L’assenza
Di moti

La carne che mi urla
È la carne del mio vero spirito
L’essenza divina contraffatta
Dalla nostra caduta

Paura – non mi entra
È parola
Come rabbia – inusitata
Pesa più sul tronco
L’insoddisfazione
E quando mi volgo
Senza visibile smorfia
Resto indifferente

Pura Essenza
È la parola
Che rincorro
Invano – forse
Ma quieto

Ho – certo – vite
Vite che mi attendono
Ma come – come
(dici come?)
Fare – nel dopo
Silenzio di mancanza di silenzi
Opera a-fuggitiva
E umile dono?

Chi rimane
Non può che pensarci

XI

Sasso:
Abisso di circonstanziata solitudine.
Io – di carne e di sangue
Tensione nell’aere
Di incidentale conoscenza

Adombrata esistenza
In manto funereo
Placa il turgore

Chi
Torce
Sé stesso
A incrinarsi?

Bruciano come ferri per attrito
Neri lampi d’asfalto.
Nei vasi i fiori piegano lo stelo,
Un breve sogno senza riti sacri,
E baciano la terra

Trilogia del vivere gratuito

Un divertissement abulico

I

E dunque sia dato ciò che non penso
Ma scaturisce e decorosamente io annoto.
Con la chiarezza della luminosità fangosa
Si ricopre il volto d’imitato dolore
D’immobilità più che fisica
Di languide serate a penzolare
Tra i brillanti sofismi di una bardatura estetica
La vita vissuta
E l’aridità di una cruda certezza apodittica
La vanità della vita.
Forse sensazioni, percezioni, l’immaginazione
Creano deboli istanti di sopito gaudio
Dondolìo di campane che battono il tempo
Il duro marmo crepato a raggiera
Striduli urletti di un bambinetto vociante…

Ah ma quest’arsura non volge
Non semina, non raccoglie
Al campo dove andavamo io e te, soli,
A piedi nudi tra l’erba bagnata di Aprile…
A nulla mi vale! L’acqua che corrode
Rivela l’idiozia di un falso ricordo
E come una corda spezzata toccata da vento
Io ritorno al mio penzolare

II

Rimedio al penzolamento e susseguenti.
Tutto dev’essere falso, attorno e dentro di me
Come ciò che appare ma che non è.
Ogni figurina un cartoncino ritagliato
Dalla blanda copertina di Famiglia Cristiana
Ogni sbadiglio un simulacro irreale
Ogni pensiero, che sia superbo o umìle
Polvere aleggiante in lento deposito

Voglio un muro d’indifferenza e di silenzio
Anelo all’incomunicabilità totale
Come unica forma di esistenza felice

Vera pace non vi è mai tra gli uomini
Dondolanti, appariscenti, striscianti
Brulichìo d’insetti tra il fango rappreso
Ciò che resta è solo carne da sostenere
Su lucidi e levigati pali ossei
L’impalcatura che ci fa tanto feroci

O Dio! Imprecando da idiota
Vado scordando senno e calma e lucidità!
O Dio! Dimenticavo l’anima tra le lenzuola
A macerarsi nell’afosa umidità di oggi!

III

Levato con dolente insonnia dal letto
Lavato la faccia e deriso la figura allo specchio
Lavorato con papà perché voleva mammà
Stancato di fare il meccanismo metronomiale
Letto qualcosa per vivere e non penzolare
Pensato qualcosetta ma poco di buono
Andato alla mensa dei poveri come Gesù
Mangiato a fatica e come ingozzato
Guardato per un’ora la cara tivù
Letto ancora quel libro e annoiato
Deciso ad uscire per vivere
E non imitare l’artista sempre-seduto
Uscito di soppiatto veloce come un gatto
Camminato a lungo perché senza paragoni
Giunto fin dove giungono le rane
Gracchiato e ragliato come un vero equino
Finito tra le zolle umide delle talpe
Messo un piede in fallo e bestemmiato
Caduto con gran frastuono tra le pietre!

Ancor’ora mi duole la spalla un poco
Dovrò andare in Farmacia
A farmi dare una pomata

La mia crisi

I

Fin che dura la mia vita
È tempo di lucide oblivioni
E sbronze da mezzo quarto
Di quel liquore detto amoroso

Voi non chiedetemi la chiave
Per visitare la caverna vecchia
Che, quotidiano dovere, spolvero all’aria

Sono senza fondo
E non annullabile perché già annullato:
Questa è la mia crisi
Se qualcun vuol chiamarla crisi

II

Ho più cose dentro di me
D’ogni lucente biblioteca
Ma sono pure idee, non opinioni
E mi perdo a contemplarle
Simile all’infante che ero ieri
Coi suoi giocattoli a Natale

Non posso scegliere tra forme pure
Una logica sequanza di concetti
Per poi dire “così la penso”!
Non posso farlo perché non so farlo
Mi manca l’Io che vuole
E per volere sacrifica gran parte
Delle sue magnifiche visioni
E di quel che resta fa un fagotto
Ben squadrato e ripulito
Da mostrare con gioiosa vanità
Alla massa attonita degli uomini
E suggerire sorridendo:
“Questa, figlioli, è la vera verità”

Briciole

Per scarafaggi evoluti

1

In questa lunga sera che si vive
Spiace che tu, devota e saggia donna
Non agiti la mano a fare cosa
Come si fa per essere felici

2

Che poesia posso fare
Di me stesso o del gran mondo
Se non piango ma stupisco
Sorrido lievemente
E caccio l’illusione
con il gesto di una mano?

3

Più queste zanzare temo
Che il rollìo del mondo

4

Non sono mai stato
Chi si lima le unghie
E non vorrei essere, Esterina
Il tempo che ti minaccia
Colla sua dentata lima
Impazzito vedentoti
Scappar via dal suo pugno
Come cosa che fugge
Da chi l’ha creata per niente

5

È forma questa forma
D’espressione di un sentire
Che s’annega pianamente
In un mare di sospiri?

6

Forse recito solo per me stesso
Senza scopo d’ingannare
Né di averti accanto per guidarmi
Il niente che sono tra le righe
Mi pare di crearlo per piacermi

7

E come fare a trovar parole
In quest’eremo nascosto
Dove il silenzio è pace
E pigra sonnolenza?

8

Come viziato figliolo
Ciò che stringo
Cenere diventa – e sabbia
Vuotandomi le mani

Mi si sbriciolano le mura
Delle cose che riagguanto
Segnando piaghe indaginose
Su la loro consistenza
Che non conosco
Ma vorrei ghermire

9

Ora rimane tra schegge – scintilla
Ma niente, oltre i veli
Tra cui ci amavamo splendenti
È per noi forma essenziale – divinità
Che ci saluti come suoi figli

10

Odio tutta la poesia
Che si lagna peccando
Alla tepida aura
Di un Aprile divino!

11

O essere l’uomo che raccoglie
La Statua che non crolla
L’Eroe coll’armata verità
L’ombra di me stesso ma più vera!

12

Un vento che osanni
Ti riesce la vita
Quando mi specchio
Nella tua amata presenza

13

So di poterti apprendere
Se tu volessi riempirmi
Di un’immagine viva
Come chiedi a salvarmi
Dall’accidenza che sembro aborrire

14

Amore:
Figura costretta nella nostra mano
Spoglia in lento adagiarsi

15

Un colpo
A vuoto
E l’uomo
Dell’ala
Che fende
Si china
Fiaccato

16

Sur le vide papier que le blancheur defend
Fiaccasi la parola
Diviene lontana voce
Inudibile suono
Alito che spegnesi
E va con lei scomparendo
Ogni fissata immagine

17

Non c’è più bisogno di ferirsi per il pane
Se non chiamano ferite quelle dell’orgoglio

Angelo stanco

Giungi da dove
Angelo stanco?
Amata chimera
È la tua sottile parola
Creatura divina

E ora che sono
I miei sbuffi sparuti
Le mie tronche sonate
Dinanzi al tuo dire scandito?

Credo sempre di essere
Un angelo come tu sei
Che nutre la vita
Col suo placido canto
E sono invece soltanto
Un apprendista poeta
Che svuota la vita
Col suo labile canto

Infine

I

Vecchio il cuore si china
E rantola bugiardo
Sovra il tremore animale
Che anima il mio mondo.
Ma com’è brutta questa poesia!
Mi dice che non so
Fare il poeta
Azzarda la mia vera incompetenza…
Da dire non rimane più nulla
Resta una rabbia feroce, apatica…

II

A voi, prave anime che guaite
Non so se vivi
O immaturi adolescenti
Io rido sguaiato sbattendo la porta
E tutte le porte che ci separano
Rinchiudendoci balordi
Immusoniti a imprecare

A voi io orino tra i capelli unti
Che afferrano l’intelligenza
E non per disprezzo
Io non amo nessuno
Nessuno odio né mi odia
Ma per intiepidire
La mirabile rete e il poligono
Che ci fanno uomini e sapienti
Orino a voi e a me stesso
In grazia di un rude sentire
A sgelare gli spiritelli ghiacciati
Che dormono sazi
Tra il bulbo e la corteccia
A svegliare un ardore
Che pare sedato da sempre

That’s all folks!